L’attacco turco al Rojava: l’Iran non è più l’obbiettivo degli Stati Uniti in Siria.

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Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da Alice Censi

Sebbene l’attacco turco ai curdi siriani nel nord-est della Siria (NES) preveda solo la conquista di una zona cuscinetto di confine che si estende per 32 km, l’offensiva di Ankara potrebbe centrare ben altri obbiettivi sempre che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan rispetti gli accordi fatti con la Russia e gli Stati Uniti che gli hanno permesso di invadere la Siria. 

Gli Stati Uniti sono stati chiari: la Turchia non ha oltrepassato i limiti imposti; con questa affermazione hanno così rivelato di aver dato il  consenso, tempo fa, all’incursione di Ankara nel NES. La Russia ha chiesto il rispetto dell’integrita’ del territorio siriano ma sta di fatto che non si è opposta ne’ ha condannato il suo alleato strategico, il presidente turco Erdogan. Al di là di ciò, la Turchia potrebbe però ridurre i suoi obbiettivi iniziali e questo dipenderà dal presidente Donald Trump, se ( e per quanto tempo ) riuscirà a resistere alla raffica di critiche che gli stanno arrivando  da tutto il mondo, anche dal suo paese, per aver abbandonato i curdi siriani. In definitiva questo attacco può portare dei vantaggi a molti paesi e sembrerebbe proprio che gli Stati Uniti, anche se con un processo lento, siano decisi a diminuire la loro presenza in Siria. Non è più l’Iran la ragione per cui continuano ad occupare il NSE e il valico di al-Tanf, dato che il valico di al-Qaem tra Siria e Iraq ha ripreso a funzionare. E’ semplicemente lo stato di confusione in cui si trova l’amministrazione americana che impedisce un ritiro immediato ma questa confusione molto probabilmente sparirà nei mesi e negli anni a venire. 

Le truppe turche, appoggiate dai jihadisti e dai ribelli che combattono come “ Esercito Nazionale Siriano”, hanno attaccato l’enclave che i separatisti curdi chiamano “Rojava”, un’ enclave in pratica autonoma. Anche se non tutta, gran parte della zona attaccata dalle truppe di terra e dalle milizie e’ abitata da tribù arabe che sarebbero ben contente ci fosse una presenza turca: è un fattore importante da tenere in considerazione poiché questi arabi sunniti non rappresentano, nel lungo periodo, una minaccia per i turchi e i loro alleati dell’opposizione siriana. Inevitabilmente ci sarà un grosso esodo di curdi e cristiani verso città e villaggi più sicuri non inclusi nel piano turco. Queste comunità non si sottometteranno di certo ai nuovi occupanti. Il NES e’ vastissimo : e’ piu’ grande del Qatar, Kuwait, Bahrein e Libano messi insieme, si parla di circa 43.000kmq. 

La zona sotto attacco turco ( sempre che Erdogan riesca a raggiungere il suo obbiettivo e quindi controllare i primi 30-32km ) dovrebbe offrire   spazio sufficiente per ospitare i circa 3.6 milioni di rifugiati siriani che vivono attualmente in Turchia e altri 2 milioni di siriani che vivono a Idlib e che sarebbero obbligati ad andarsene da lì per evitare la guerra che inevitabilmente si scatenerà nel momento in cui la Turchia, scaricati i jihadisti che occupano la città, permetterà alla Russia e al governo siriano di liberarla. I curdi perderebbero territori e città ma lo spazio rimanente sarebbe sufficiente per permettere la coesistenza di entrambe le parti fino al ritiro delle truppe americane. 

Il governo siriano si trova in posizione di forza nei negoziati con i curdi, i grandi sconfitti. A Damasco sanno perfettamente che i curdi dovranno affrontare l’attacco turco e fare i conti con un probabile ritiro graduale degli americani il prossimo anno. Il conto da pagare per non aver voluto accettare un accordo dignitoso in tempi migliori sarà molto salato. Arrivati a questo punto saranno obbligati a negoziare sotto minaccia: o accettano il ruolo di Damasco o finiranno sotto le grinfie della Turchia. L’unica speranza di sopravvivere come entità autonoma potrebbe consistere nell’attraversare il confine per andare in Iraq e vivere sotto il clan di Barzani. 

La Turchia punta a tornare al processo di Astana con un’ampia zona sotto il suo controllo. Sarebbe quindi in grado di rispettare gli impegni e contenere i jihadisti di Idlib oppure scegliere di lasciarli nelle mani dell’esercito siriano e dell’aviazione russa. Il 29 novembre, la commissione costituzionale terra’ una conferenza per discutere le riforme proposte e accettate dal governo siriano. E’ questo a cui punta Ankara per mettere in moto una soluzione politica alla guerra in Siria ed è pure quello che sperano gli Stati Uniti che vorrebbero andarsene nel momento in cui venisse approvata e messa in pratica questa importantissima ristrutturazione costituzionale. 

Non è strano che gli Stati arabi ad eccezione del Qatar condannino l’invasione turca della Siria e chiedano la convocazione della Lega Araba per questo motivo. Quando la Turchia invadeva l’enclave curda di Afrin i paesi mediorientali tacevano. La faida tra Arabia Saudita e Qatar però ha provocato la mobilitazione di Riad contro la Turchia, alleata del Qatar in Medio Oriente. Potrebbe esserci un riavvicinamento tra i paesi del Golfo e Damasco? Indubbiamente, tuttavia non ci saranno di nuovo stretti legami con la Siria a meno che non abbiano il beneplacito degli Stati Uniti la cui amministrazione aveva impedito loro addirittura di riaprire le ambasciate a Damasco.

La Turchia non è in grado di dare delle serie garanzie alla Russia e agli Stati Uniti in relazione al loro ritiro dalla Siria una volta raggiunto l’obbiettivo e la riforma costituzionale. Non è riuscita a farlo a Idlib per più di un anno, dove ha lasciato campo libero ai jihadisti nella città da lei controllata, scontentando così Iran e Russia che si erano spese per raggiungere l’accordo. 

Ma nel NES la situazione potrebbe essere completamente diversa. I curdi siriani e le tribù arabe, già dall’inizio della guerra imposta al paese nel 2011, non sono mai stati “ anti Damasco”. In più l’esercito siriano e i suoi alleati hanno mantenuto fino a oggi un contingente a Qamishli e l’aeroporto, per cui le relazioni dello stato con la popolazione non si sono interrotte. Sarebbe quindi possibile per Damasco rifornire i curdi di quelle armi di cui avrebbero un gran bisogno nel caso Ankara decidesse di sostituirsi alle forze americane occupando l’enclave. 

La guerra in Siria si sta smorzando. Gli Stati arabi non hanno più interesse a sostenere i rivoltosi siriani  e vorrebbero avere di nuovo buone relazioni col governo siriano. I contatti diretti, lontano dai mezzi di comunicazione, sono continuati ma ancora oggi gli Stati Uniti fanno pressione sui paesi arabi perché tengano a distanza il presidente Assad. Il governo di Damasco controlla metà del paese dove vive il 70% della popolazione siriana. Il confine tra Siria e Iraq e’ aperto come quello con la Giordania anche se gli Stati Uniti ne esercitano il controllo per limitare lo scambio delle merci. L’ISIS non controlla più le città ne’ ha uno sponsor che gli permetta di risorgere. Rimarrà come un gruppo di banditi fuorilegge errante nei deserti della Siria e dell’Iraq alla ricerca di scampoli di gloria perduta, attaccherà ancora in modo spettacolare senza però una strategia e senza ottenere risultati di qualche rilievo. I curdi sono stati colpiti duramente ma apparentemente non imparano la lezione. Controllano ancora importanti risorse energetiche che il governo siriano e’ determinato a riprendersi. L’Iran e’ in Siria e la sua partenza alla fine della guerra e’ irrilevante : il legame con la Siria e’ diventato fortissimo e gli Stati Uniti possono fare ben poco. Washington e i suoi alleati hanno perso la guerra mentre la Russia, l’Iran e Damasco hanno vinto. 

Israele non sta vincendo e ha bombardato la Siria invano. Niente è cambiato dopo i suoi attacchi che sono solo azioni di propaganda per il suo primo ministro Benyamin Netanyahu. Hezbollah e’ in possesso dei droni di ultima generazione, dei missili di precisione iraniani e di quelli anti-nave supersonici russi e iraniani. Assad e i suoi alleati hanno capito, dopo l’attacco degli Houthi  all’Arabia Saudita con i droni e i missili che anche un’attrezzatura militare limitata può mettere un paese in ginocchio. Quando la situazione in Siria si sistemerà Damasco potrà rivendicare le alture del Golan e riprendersi i suoi territori occupati. La guerra in Medio Oriente non si basa più sulla potenza militare perché ormai la tecnologia avanzata la posseggono tutti. E’ una guerra economica.  Vale anche per la Turchia caso mai la sua intenzione fosse quella di sostituirsi all’occupazione americana. 

Nel frattempo la Siria non subisce danni dall’incursione turca ma neppure li subiscono la Russia e l’Iran. Stanno osservando gli Stati Uniti, sempre i più temuti, che in Medio Oriente perdono man mano terreno e alleati. Quest’ultima amministrazione ha incrinato sostanzialmente i rapporti con la regione per il futuro. Appaiono e si affermano altri alleati con minori esigenze di Washington. Il giorno in cui gli Stati Uniti lasceranno la Siria il loro declino sarà irreversibile. 

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